Alba dei giorni bui by Giulio Angioni

By Giulio Angioni

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Lui se n’accorge: – Non ce l’ho scritto in faccia, – dice, – niente sta scritto in faccia di nessuno. – Ancora come babbo. E ancora: – Be’, sono a pezzi, – e se ne va anche lui nella sua stanza. A pezzi: questo modo di dire, da bambina mi faceva fantasticare del corpo di babbo fatto a pezzi nella notte chissà dove con la testa e le membra sparpagliate in un’oscurità maleodorante. E adesso è il corpo di Carlo. Ma Carlo è qui. Non è al sicuro? Per la prima volta mi pare di sentire la tensione della sua presenza nella casa, una pressione insopportabile, come non era sopportabile la sua assenza in chi sa quali luoghi, prima che rientrasse.

Qualcuno me l’ha detto, di queste mie notti, dei ritmi scombinati, veglia e sonno a rovescio, e delle mie ignoranze di ciò che ci succede. Si tratta di un soggetto con i ritmi scombinati, ho appena letto di chi è nelle condizioni che temo di Carlo.   a finire. Ma adesso qui mi sembra di dovere sperare che a causa di quelli che lo dicono, si fermerà almeno per qualche attimo, il mondo, prima di andare a finire. Mi siedo sulla cassapanca dell’ingresso, spalle e testa al muro, gli occhi chiusi.

E anche se mamma insisteva sul motivo che per distrazione lei bruciava le camicie col ferro da stiro, io ne avevo una terrificante gelosia, da non poterci credere o pensarci, nemmeno sulla cassapanca. – Dove andremo a finire? – dico a voce alta entrando in casa, come fa la donna delle pulizie al laboratorio gemendo su quel figlio: – Figlio perduto alla speranza di sua madre, – dice sempre con una sua solennità. E una volta mi fa, appena terminato di spolverare tutto l’hardware, indicando la mia nuova tastiera con un’unghia sporca: – Ci ha tanti di quei bottoni lei, lì, che potrebbe anche dare l’ordine di fermare il mondo, bum!

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